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Così la flotta russa ha bloccato l’Adriatico di Gianluca Di Feo

Operazione per stoppare i movimenti della portaerei americana Truman. Un caccia è penetrato fino all’Abruzzo, l’incrociatore Varyag ha sbarrato il canale d’Otranto. La reazione delle navi Nato che si sono schierate nello Ionio

È una sfida segreta, a tratti temeraria. Con la flotta russa e quella della Nato che si confrontano nel Mediterraneo, spesso arrivando a distanze molto ravvicinate. E che tre settimane fa ha visto le navi di Mosca compiere un’operazione molto ardita: si sono posizionate in modo da sbarrare l’Adriatico e ostacolare la portaerei americana “Truman”. Una mossa strategica: si tratta del mare più vicino ai campi di battaglia dell’Ucraina, quello da cui missili e aerei possono in teoria intervenire più rapidamente sulla linea dei combattimenti.

Lo scorso 22 luglio il caccia “Ammiraglio Tributs” ha superato il canale di Otranto ed è risalito più a nord: è andato oltre il Gargano e si è piazzato a largo delle coste abruzzesi, affollate per le vacanze estive. Non era solo. L’incrociatore “Varyag” lo ha seguito, con le sue batterie di missili a lungo raggio: è rimasto davanti al Salento, tenendo sotto tiro con i suoi radar il passaggio chiave per l’Adriatico. Insieme a lui una terza unità, la “Vasily Tatishchev”: un battello spia, con strumentazioni per intercettare comunicazioni radio e impulsi dei sensori. Il suo compito era quello di studiare le “reazioni elettroniche” della Nato all’incursione.

Per la prima volta nell’Adriatico

Dall’inizio della guerra la flotta russa non era mai penetrata nell’Adriatico. Più volte le navi di Mosca si sono mosse per controllare da vicino – “ombreggiare” come si dice in gergo tecnico – le esercitazioni dell’Alleanza Atlantica, arrivando fino alle acque della Calabria. Ma non avevano mai osato una “manovra di blocco”, concepita per limitare i movimenti della portaerei americana “Truman”, l’ammiraglia dello schieramento Nato nel Mediterraneo che negli ultimi mesi si sposta spesso lungo una rotta dalla Sicilia all’Adriatico.

L’iniziativa della Marina russa ha aperto un lungo duello, con i comandi Nato impegnati a dimostrare che non avrebbero rinunciato al controllo del varco tra Ionio e Adriatico. Così negli ultimi giorni di luglio l’incrociatore “Varyag” si è trovato a meno di cento chilometri dall’omologo americano “Forrest Sherman”: erano praticamente ai due lati del capo di Santa Maria di Leuca. I russi sul versante adriatico, gli statunitensi su quello ionico. Poco più a sud la portaerei “Truman”, con quasi sessanta cacciabombardieri F18 Hornet e una scorta dell’Us Navy. In mezzo una squadra della Nato – lo Standing Maritime Group Two – con caccia e fregate americane, italiane, spagnole, turche e greche che il 25 luglio si sono riunite nello Ionio per fare quadrato intorno alla “Truman”.

L’operazione russa tra Puglia e Sicilia

L’operazione russa è stata rivelata dal sito “The Ship Yard Naval Consultancy”, che analizza informazioni dei satelliti commerciali, e confermata a Repubblica da fonti ufficiali. Ma le missioni di alcuni ricognitori – evidenziate dal sito Itamilradar – avevano indicato che qualcosa stava accadendo tra Sicilia e Puglia. In particolare il 31 luglio uno dei grandi droni spia americani GlobalHawk, che quotidianamente decollano da Sigonella per dirigersi nel Mar Nero e sorvegliare il conflitto ucraino, ha pattugliato per ore e ore un tratto dello Ionio continuando a sorvolare un’area precisa: la stessa dove nei tre giorni precedenti si erano concentrate le ricerche degli aerei P72 italiani.

L’incrociatore Varyag

Non si conosce quale sia la posizione attuale delle navi russe e se la loro attività sia stata accompagnata anche da un sottomarino. Ieri però i velivoli da ricognizione italiani sono tornati a presidiare le acque tra la Calabria e la Grecia, insistendo su alcune posizioni: c’è il sospetto che almeno una delle unità sia ancora in zona. L’incrociatore “Varyag” è il gemello del “Moskva” affondato dagli ucraini il 14 aprile: è una delle navi più potenti della flotta di Putin, con sedici missili a lungo raggio P-1000 Vulcan progettati per distruggere le portaerei americane, agendo insieme – secondo la propaganda russa – “come un branco di lupi che si avventa sulla preda”. Possono colpire a 500 chilometri di distanza, viaggiando a tre volte la velocità del suono. Rispetto alla “Moskva”, il “Varyag” disporrebbe di difese contraeree e radar più avanzati.

L’ammiraglio Tributs

Invece “L’ammiraglio Tributs” è un grande caccia per la lotta ai sottomarini, dotato anche di missili concepiti per abbattere i cruise statunitensi. Le due navi, varate al tramonto dell’Urss e più volte sottoposte ad ammodernamenti, fanno coppia fissa nella flotta del Pacifico, di cui il “Varyag” è l’ammiraglia: sono salpate nello scorso dicembre da Vladivostok, il porto di fronte al Giappone, e hanno attraversato gli oceani per rafforzare lo schieramento nel Mediterraneo in vista dell’invasione dell’Ucraina. Da allora formano la “punta d’attacco” russa che si muove dalla Siria verso Occidente per incalzare l’Alleanza Atlantica, alternandosi all’altra squadra formata dall’incrociatore “Slava”, un caccia, due fregate e una corvetta.

Infine almeno due sottomarini classe “Kilo” – molto silenziosi e armati di missili Kalibr – mettono a segno spedizioni solitarie in prossimità del Bosforo. Duelli che si limitano a manovre, più o meno aggressive, e a scambi di impulsi radar, per indicare la capacità di colpire gli avversari: wargame che nel corso dei mesi stanno diventando più frequenti e serrati. Pochi giorni fa un documento strategico del Cremlino ha ribadito l’importanza delle rotte del Mediterraneo orientale per “l’interesse nazionale” della Russia: l’obiettivo che spinge gli ammiragli di Putin a scatenare una nuova Guerra Fredda ad alta tensione, che si inoltra sempre più spesso nei mari italiani.

FONTE

Fonte
repubblica.it
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