Miscellanea

Le conseguenze economiche della guerra

Un conflitto su larga scala porterebbe l'economia mondiale sull'orlo della recessione, con impatto su energia, materie prime, beni alimentari, e sui mercati finanziari. Diverso l'impatto con uno scontro più limitato e proporzionali reazioni occidentali

Mai, negli ultimi decenni, l’Europa ha vissuto tensioni geopolitiche così gravi, profonde ed estese come le attuali in Ucraina. La crisi ha già avuto ripercussioni economiche, seppure principalmente sui Paesi più direttamente coinvolti. L’Ucraina e, in misura minore, la Russia hanno visto aumentare il costo del finanziamento del loro debito pubblico. Il decennale russo sfiora ormai un rendimento del 10%, tra i più alti degli ultimi anni. È pure aumentato il costo dei loro credit default swaps, una sorta di assicurazione contro il default di obbligazioni. Conseguenze anche sul cambio dollaro/rublo, che ha visto il rublo indebolirsi rapidamente. Anche sul piano micro, sono aumentati i costi delle polizze assicurative per attività di investimento ed esportazioni di beni e servizi in Ucraina. Alcuni settori sono divenuti non assicurabili.

Ovviamente questi effetti sono poca cosa se paragonati a ciò che potrebbe accadere in caso di guerra. Un conflitto su larga scala, con perdite ingenti di vite umane, distruzione di proprietà e asset produttivi, sanzioni occidentali alla Russia e possibili reazioni di Mosca, costituirebbero un evento capace di portare l’economia mondiale sull’orlo della recessione, stroncando la già più fragile ripresa post–pandemia. Energia, materie prime, commercio internazionale, mercati finanziari ne sarebbero investiti. Diverso invece il caso di un conflitto più limitato e proporzionali reazioni occidentali.

Nel corso degli anni e in particolare dopo l’annessione della Crimea, Unione Europea e Stati Uniti hanno adottato round di sanzioni contro Mosca, colpendo sia certi settori dell’economia che singole persone implicate. Gli effetti sull’economia russa sono stati concreti, ma, come osservano molti, sostanzialmente limitati. Oggi, gli Occidentali, qualora la situazione precipitasse in un conflitto di larga scala, sembrano pronti ad adottare un ventaglio molto più ampio e invasivo di contromisure economiche. Anzitutto il commercio con la Russia ne sarebbe fortemente colpito. Le sanzioni potrebbero riguardare le importazioni dalla Russia, ma soprattutto le esportazioni verso quel Paese, in particolare in settori tecnologici, a partire da quello dei semiconduttori. La Federazione russa costituisce il quattordicesimo partner per le esportazioni italiane. Un embargo potrebbe riguardare le nostre imprese che operano nel settore dei macchinari, dell’alimentare e del lusso.

Ovvie sono anche le ripercussioni sull’energia. L’Unione Europea importa dalla Russia tra il 30 e il 40 per cento del fabbisogno di gas, di petrolio, e cosa meno nota, di carbone. I Paesi più esposti sono, oltre a quelli dell’Europa orientale, Germania e Italia, anche per la loro vocazione manifatturiera. Gli effetti sui prezzi si stanno già facendo sentire e si acuirebbero ulteriormente, in un periodo già scosso dalle dislocazioni originate dalla pandemia e da inflazione crescente. Particolarmente delicata è la questione del gas russo, che è, per struttura di mercato e scarsa capacità di aumenti di produzione altrove, difficilmente sostituibile. Sono in corso tentativi in questo senso, ma le opzioni sembrano limitate. Peraltro, sanzioni occidentali al gasdotto Nord Stream 2, costruito proprio per evitare il passaggio in Ucraina, potrebbero perdere mordente qualora l’Ucraina entrasse stabilmente sotto sfera di influenza di Mosca.

Anche per il settore finanziario si preparano sanzioni, che colpirebbero le principali banche in vari modi, per esempio, attraverso la loro esclusione da Swift, il sistema che permette transazioni e pagamenti internazionali. Il rischio sono le ripercussioni negative anche per il sistema finanziario europeo. Secondo il Financial Times, le banche internazionali, anche attraverso le loro sussidiarie locali, hanno un’esposizione di oltre 120 miliardi di dollari. Sulla stampa si è riportato di un avvertimento della Banca centrale europea, affinché le banche europee si preparino al caso di sanzioni finanziarie (…e di attacchi cibernetici in risposta).

Inoltre si deve considerare una possibile reazione russa alle sanzioni occidentali. Mosca potrebbe arrivare a restringere le esportazioni di materie prime, in particolare in quei settori dove detiene ampie fette di mercato. È ovvio il caso del gas, anche se interrompere le forniture costituirebbe un colpo duraturo allo storico ruolo, già sovietico, di fornitore affidabile anche in tempo di crisi. Vi sono anche altri settori in cui l’interruzione delle esportazioni può causare forti danni: l’industria dei semiconduttori dipende largamente dal palladio e dal neon russo e ucraino, quella aerospaziale dalle esportazioni russe di titanio.

Infine vi è il settore delle commodities alimentari. Russia e Ucraina sono produttori agricoli chiave per il mercato mondiale del grano. Molti paesi in via di sviluppo dipendono da questi Paesi per la loro sicurezza alimentare e le conseguenze sarebbero gravi qualora vi fossero interruzioni delle esportazioni. Prezzi piu alti nell’alimentare sarebbero probabili anche nei Paesi occidentali, contribuendo ulteriormente alle pressioni inflazionistiche.

In questo quadro, è opportuno che imprese, operatori economici e settore finanziario si preparino a ogni eventualita’ di “rottura”, sostenuti e indirizzati ove e come possibile dalle istituzioni pubbliche nazionali, europee e internazionali. E rimanga la speranza che la “rottura” non avvenga e la diplomazia prevalga.

FONTE  

Fonte di notizie
www.huffingtonpost.it
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