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Abrignani (Cts): «I vaccinati malati di Covid? Contagiosi fino al 90 per cento in meno»

I vaccinati si possono ammalare di Covid? Sono contagiosi? E quanto? L’immunologo risponde alle domande più comuni. E spiega: il ciclo completo di Pfizer protegge all’88% da malattia grave e morte

Professor Abrignani, chi è vaccinato contro il Covid può comunque infettarsi e trasmettere l’infezione?

«Premesso che il rischio zero in medicina non esiste e che sta circolando una variante estremamente contagiosa, la Delta, la vaccinazione riduce in modo impressionante sia il rischio di ospedalizzazione e morte, che il numero di contagi. Dunque anche le possibilità di trasmettere il virus: se non sono positivo, non posso infettare altre persone». Sergio Abrignani è professore ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi», oltre che membro del Comitato tecnico-scientifico per l’emergenza.

Di che percentuali stiamo parlando?

«Nelle fasi più pesanti della pandemia, sia in Italia che in Gran Bretagna c’era un morto ogni 50 infettati, ora — a 6 mesi e mezzo dall’inizio della campagna vaccinale e con una variante super diffusiva divenuta predominante — in Gran Bretagna si stima circa un morto ogni 500 infettati. Il ciclo completo di vaccino Pfizer (due dosi) protegge all’88% da malattia grave/morte e tra il 65 e il 90%, secondo gli ultimi dati inglesi, dal rischio di contagiarsi e quindi trasmettere l’infezione. Pensiamo a un ambiente chiuso con uno o più positivi: se i presenti sono tutti vaccinati se ne infettano nel peggiore dei casi 35 su 100, se non sono vaccinati la percentuale può salire al 100 per cento. La variante Delta ha un R0 stimato di 5-8 (i soggetti che può contagiare un positivo), il ceppo di Wuhan aveva un R0 di 2,5 e la variante Alfa è a 4-5».

I no vax sostengono che nei giovani gli effetti collaterali dei vaccini possono superare i benefici. È così?

«No, è fondamentale che gli under 40 si vaccinino, per vari motivi: proteggere sé stessi, i propri cari (soprattutto se fragili) ed evitare che il virus continui a circolare. Nell’ultimo mese l’età media dei nuovi contagi è 27 anni e il 24,8% dei casi ha riguardato la fascia 0-18 anni. Lasciare un’intera fetta di popolazione non vaccinata può portare allo sviluppo di nuove varianti».

Quanto incide la fascia under 18 nel superamento della pandemia?

«In Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni — oggi vaccinabili con Pfizer — sono circa 3 milioni. Un bacino molto vasto per l’infezione. Inoltre i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero: in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28, secondo dati dell’Iss. Con i vaccini possiamo evitare che se ne aggiungano altri. I minori con fragilità sono per fortuna pochi (pensiamo per esempio ai pazienti oncologici), ma non dimentichiamo che in Italia circa un bambino su dieci è obeso (9,4%) e l’obesità rappresenta uno dei fattori di rischio per le forme gravi di Covid. Non solo. In molte famiglie ci sono persone che, seppur vaccinate, non sono protette. Basti pensare ai tanti pazienti in chemioterapia o che assumono farmaci immunosoppressori. Vaccinare un figlio o un nipote significa ridurre drasticamente le probabilità che un padre o un nonno fragili finiscano in ospedale per Covid con altissimi rischi di morte».

Anche per i bambini i benefici della vaccinazione superano i rischi?

«Certamente. Da Israele sono arrivati dati su casi di miocarditi nei giovani vaccinati, poi confermati dai Centers for disease control and prevention (Cdc) statunitensi. Si è visto che c’è un legame con il vaccino Pfizer, ma si tratta di eventi lievi che si risolvono in pochi giorni. Nessun ragazzo è morto a causa del vaccino Covid mentre, come vediamo per esempio in Indonesia, il virus uccide anche in quelle fasce di età. Secondo un’analisi dei Cdc, un milione di dosi di vaccino Pfizer possono, nella fascia 12-29 anni, evitare 23.500 casi di Covid, circa 1.500 ricoveri, 211 ingressi in terapia intensiva e 12 decessi. Il tutto a fronte di un rischio di 43-52 casi di miocardite. Che la bilancia penda dalla parte del vaccino è evidente».

Perché alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, consigliano la vaccinazione solo ai minori fragili?

«In Gran Bretagna è stato autorizzato l’uso del vaccino Pfizer negli adolescenti ed è fortemente consigliato per i minori a rischio. Questo può dipendere dal fatto che nel Paese è stato vaccinato con doppia dose più del 70% della popolazione. Se aggiungiamo i guariti (circa il 10%), si comprende come sia stata già raggiunta un’immunità diffusa che consente di tenere sotto controllo contagi, ricoveri e decessi. La Gran Bretagna ha iniziato la campagna vaccinale prima di noi. In Italia dobbiamo procedere a pieno ritmo proteggendo tutte le fasce di età per evitare che la situazione torni a peggiorare».

Il vaccino è l’arma vincente per sconfiggere il virus?

«Sì, non possiamo confidare nella stagionalità o nell’esaurimento naturale dell’infezione. Pensiamo alla polio: la malattia è stata debellata in quasi tutto il mondo grazie al vaccino. A livello globale abbiamo superato i 3 miliardi e mezzo di dosi somministrate contro Covid. Gli eventi avversi sono stati limitati, pensiamo alle trombosi rare collegate ai vaccini a vettore virale per le quali le Agenzie regolatorie hanno cambiato la destinazione per fasce di età. Quelli a mRna hanno mostrato un’efficacia e una sicurezza di altissimo livello e si sta studiando un loro possibile utilizzo anche nei bambini under 12».

fonte LAURA CUPPINIcorriere.it

Fonte
CORIERE.IT
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