Italia

Covid, contagi in salita in 5 regioni. Epidemiologi, 250 casi su 100mila

Secondo gli epidemiologi Position paper con 5 raccomandazioni, in primis chiamata attiva

Secondo gli esperti la curva dei contagi aumenta molto rapidamente. L’indice di replicazione diagnostica (RDt) a livello nazionale sui dati del 13 novembre “è pari a 1,42 e superiore all’uno in tutte le regioni”.

Questo indica “una significativa accelerazione nella diffusione dei contagi che, a parità di condizioni, potrebbe portare tra due settimane 5 regioni a superare la soglia del tasso di incidenza settimanale di 250 casi per 100.000 e altre 8 sopra 150 casi per 100.000″.

Queste le stime del Gruppo di Lavoro MADE dell’Associazione Italiana di Epidemiologia diffuse insieme a un position paper che contiene cinque raccomandazioni per la gestione dell’attuale fase pandemica.

FONDAZIONE GIMBEI casi di Covid-19 aumentano in Italia, ma in modo non omogeneo che vede una forte concentrazione a Trieste, Bolzano e Gorizia. Lo ha detto il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, trasmissione ‘L’Italia s’è desta’ di Radio Cusano Campus. “Il dato oggettivo è che siamo in ascesa nel numero dei casi, va detto però – ha osservato – che questa circolazione del virus non è omogenea in tutto il Paese. A Trieste i numeri cominciano a preoccupare, poi ci sono Bolzano e Gorizia”. Stanno aumentando anche gli ingressi giornalieri in terapia intensiva, ma “la situazione ospedaliera è sostanzialmente molto tranquilla”, ha detto ancora. Per Cartabellotta “l’unica regione che rischia di vedere il giallo in tempi non lunghissimi è il Friuli Venezia Giulia, nelle altre regioni la situazione è ampiamente sotto controllo”. Il presidente della Fondazione Gimbe ha inoltre rilevato che “al 15 novembre 2020 avevamo 7 regioni in zona rossa, 9 in zona arancione, quindi oggi dobbiamo dire grazie ai vaccini per trovarci in questa situazione. Va detto anche che c’è stato un cambio di criteri per i colori delle regioni: se oggi avessimo gli stessi criteri dell’anno scorsa già diverse regioni sarebbero in zona arancione e altre in zona rossa”.

Le scelte non responsabili né giustificate dei non vaccinati vanno al di là del danno dovuto all’aumento dei casi di Covid, ma vanno a ripercuotersi sulla situazione sanitaria nel suo complesso“. Da questo punto di vista, “non vorremmo arrivare a mettere ancora gli ospedali iniziare a lavorare a scartamento ridotto su tutto il resto delle malattie”. Così ad Agorà, su Rai Tre, Massimo Galli, primario del reparto di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano e ordinario presso l’Università Statale. “Ho fatto pochi giorni fa la terza dose del vaccino anti Covid insieme all’antinfluenzale. Siamo in una situazione – ha aggiunto Galli – in cui vediamo soprattutto un’epidemia di non vaccinati e la sua portata, anche se è una situazione annunciata, comincia a diventare preoccupante a causa della sua portata”. I casi di Covid, “anche non saranno mai come gli anni precedenti, potrebbero arrivare a mettere gli ospedali in condizioni di difficoltà nella capacità di svolgere le mansioni. Questo è particolarmente grave per un cittadino che si è responsabilmente vaccinato per se stesso e per la collettività”. Sull’utilizzo dei tamponi per il green pass “sono sempre stato perplesso: credo non si regge la gestione del green pass con la ripetizione del tampone, forse va rivalutato il ruolo della misurazione della presenza o meno degli anticorpi. Chi fa il vaccino dovrebbe esser protetto, ma se non fa anticorpi è molto probabile che non lo sia”. Il fatto che si continua a ripetere che la misurazione degli anticorpi non serva, ha precisato, “e’ una leggenda che va prima o poi sfatata: capisco che non si può fare un sierologico a 60 milioni di italiani ma il test del titolo anticorpale come strumento di lavoro clinico è già oggi utilizzato e necessario per le decisioni cliniche”.

Fonte
ansa.it
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